Arti marziali

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Storia

Arti marziali (marziale da marte, dio della guerra e dello scontro) è un termine che sta ad indicare discipline di combattimento, articolate in forme e modi differenti a seconda degli stili e delle scuole di riferimento. Le arti marziali cui si fa riferimento oggi sono solitamente quelle nate in Cina o in Giappone, ma sono diffuse anche altre arti: coreane, di altri paesi asiatici, europee, mediorientali e americane.

Ogni singola arte marziale ha una propria storia, una serie di tecniche e pratiche, di regole codificate e di principi etici e filosofici di riferimento. Questa disciplina esiste da secoli, ma il termine è entrato in voga soltanto da qualche decennio, con la diffusione delle arti marziali cinesi e giapponesi in Occidente.

In un’epoca in cui oramai la difesa personale è affidata alle armi, le arti marziali trovano un senso in molteplici direzioni: per migliorare la propria capacità di autodifesa e di scontro corpo a corpo, per tenersi in forma e in salute, per acquisire un maggior equilibrio interiore ed una consapevolezza accresciuta delle proprie capacità fisiche e psicologiche. Non a caso gran parte delle arti marziali lavorano non soltanto su tecniche corporali ma anche e soprattutto sulla mente e la relazione mente-corpo, fino a spingersi oltre, sul piano della consapevolezza di sé.

Le tante arti marziali ancora esistenti hanno in comune una serie di elementi. Sono insegnate da un maestro esperto (sensei in giapponese), prevedono una serie di forme (kata in giapponese) o sequenze di tecniche prestabilite, sovente richiedono una divisa o un abbigliamento specifico. I sistemi di combattimento prevedono generalmente l’utilizzo di tecniche di mano (pugni, gomiti e affini), di gamba, leve, prese, pressioni, proiezioni.

Alcune arti marziali, poi, ricorrono alle armi o, sul versante opposto, a principi ed aspetti legati alla medicina tradizionale cinese ed insegnamenti spirituali. Alcune arti marziali sono oggi praticate a fini agonistici, e qualcuna ha finito per essere inclusa (judo, taekwondo) tra le discipline olimpiche.

Judo

Il Judo è un’arte marziale giapponese, nata alla fine dell’800 per opera di Jigoro Kano dall’elaborazione delle tecniche di diverse scuole di Ju-Jitsu. Il Ju-jitsu era praticato un tempo dai guerrieri (bushi) per il combattimento a mani nude o con armi, cercando di sfruttare nella contesa la forza dell’avversario per abbatterlo (non a caso Ju-jitsu significa “arte della cedevolezza”). Ju-do ha un significato simile. E’ infatti la “via della cedevolezza”, che sfrutta la forza applicata dall’avversario piuttosto che opporvisi.

Il combattente, o judoka, ha l’obiettivo di sbilanciare l’avversario per abbatterlo al suolo, bloccarlo con la schiena a terra o indurlo alla resa. La pratica del judo prevede l’utilizzo di una serie di tecniche di proiezione, di controlli e tecniche di sacrificio. Le tecniche di proiezione (Nage Waza) ricorrono a braccia, gambe e anche per sbilanciare l’avversario, i controlli servono invece ad immobilizzarlo, soffocarlo o lussarne gli arti, soprattutto quando la lotta si è spostata a terra. Le tecniche di sacrificio, invece, prevedono che il judoka si getti egli stesso a terra pur di sbilanciare l’avversario e portarlo al suolo.

Particolarmente importanti in quest’arte marziale sono le cadute e la loro corretta esecuzione, per evitare di farsi male o avvantaggiare l’avversario. Quattro sono i tipi di cadute contemplati: la caduta in avanti frontale, la caduta in avanti con rotolamento, la caduta all’indietro e la caduta laterale. Il combattimento e lo studio del judo avviene su un dojo (spazio di studio – lo spazio sacro nei monasteri buddhisti) chiamato tatami, un materassino morbido un tempo composto da paglia di riso.

Il judoka indossa una tenuta detta judogi, composta da una giacca bianca in cotone rinforzato, pantaloni bianchi e una cintura il cui colore varia a seconda del grado d’esperienza del judoka. Il judo agonistico, disciplina olimpica dal 1972, prevede incontri della durata di 5 minuti effettivi, con 4 categorie di punteggi (dall’inferiore al superiore): koka, yuko, waza-ari e ippon. Nel judo agonistico un punteggio superiore batte un numero di punti qualsiasi della categoria inferiore.

Vince così chi ha messo a segno la tecnica di maggior efficacia o la maggior quantità di punti in relazione a una stessa tecnica, mentre in caso di ippon (proiezione dell’avversario sul dorso con forza – immobilizzazione per 25 secondi o più, spalle a terra – resa dell’avversario per leve o soffocamenti) l’avversario perde istantaneamente l’incontro.

Karate

Il karate nasce sull’isola di Okinawa durante il XV secolo come tecnica di combattimento alternativa all’uso delle armi, per poi diffondersi gradualmente in Giappone sin dai primi anni del ‘900.

Karate significa “mano vuota”, ad indicare non soltanto l’assenza di armi, ma soprattutto uno stato di maggiore consapevolezza e “vuoto mentale”, lo stato ideale per l’azione anche secondo il buddismo zen. E’ nel 1931 che quest’arte marziale viene ufficialmente riconosciuta dall’Impero giapponese e utilizzata per l’educazione dei giovani, mentre in seguito alla Seconda Guerra Mondiale si diffonderà anche in Occidente.

Il praticante del karate è detto karateka. Indossa un completo chiamato karate-gi o kimono, completamente bianco, composto di casacca e pantaloni lunghi. Una cintura colorata a seconda del grado d’esperienza dell’atleta chiude la casacca. L’ultimo livello, la cintura nera, presenta ben 7 gradi.

Nel karate sono previste due specialità: i kata ed il kumite. Kata significa “forma”, ed indica una successione di tecniche che include parate, colpi, attacchi, proiezioni e gesti indirizzati ad un avversario immaginario. I kata nel karate sono circa una quarantina, e memorizzano una gran quantità di tecniche e colpi di attacco e di parata. Oltre ai kata esiste il combattimento vero e proprio, o kumite, svolto in compagnia di un avversario. Nel kumite l’obiettivo è colpire l’avversario anticipandolo con colpi che ricorrono all’uso di braccia, gambe, ginocchia e gomiti.

A livello agonistico il karate prevede competizioni a punti per i kata ed il kumite. Le gare di kata prevedono l’esecuzione degli stessi, ed una valutazione finale nella quale ti terrà conto di potenza, precisione, ritmo ed espressività delle tecniche per l’assegnazione del punteggio finale.

I combattimenti, invece, prevedono uno scontro di durata variabile (da 1 minuto e 20 a 3 minuti, dipende dalla categoria), durante il quale si cercherà di colpire l’avversario con pugni, calci o proiezioni in alcune aree del corpo (testa, collo, viso, nuca, addome, petto, schiena, fianchi). Il ko nel karate non esiste, anzi può essere sanzionato.

Aikido

L’aikido è un’arte marziale giovane ma saldamente radicata nella tradizione giapponese. La disciplina fu fondata da Morirei Ueshiba, nato nel 1883 e maestro di Bujitsu. Il nome “aikido” è adottato soltanto a partire dal 1942, per indicare il particolare stile di Budo insegnato da Ueshiba, morto nel 1969. Grazie al figlio, Kisshomaru Ueshiba, l’aikido ha conosciuto un’ulteriore diffusione, anche in occidente, e il perfezionamento della stessa disciplina.

Il termine aikido si scompone in 3 caratteri sinogiapponesi: “ai”, che significa armonia o unione, “ki”, che sta ad indicare l’energia vitale ma anche l’energia cosmica che consente la vita, “do”, che indica infine la via, intesa come sentiero spirituale, ma anche come disciplina. L’aikido prevede l’utilizzo di braccia e gambe ma non disdegna il ricorso ad armi bianche tradizionali come la spada, il bastone o il pugnale. Tra le tecniche, fa uso di bloccaggi, proiezioni e leve articolari, ricorrendo a tecniche prese dal Jujitsu o dal Kenjitsu.

Un aspetto fondamentale dell’aikido sono i movimenti, eseguiti non in linea retta o in diagonale ma secondo il principio della rotazione sferica, per decentrare l’avversario attraendolo in seguito presso di sé per poi neutralizzarne l’attacco. A differenza di altre arti marziali, nell’aikido l’obiettivo non è combattere o colpire. L’aikido si spinge oltre, ed ha come suo proposito quello di allenare corpo e mente dell’allievo, per trovare il proprio equilibrio energetico ideale. Il praticante di aikido è detto aikidoista o aikidoka.

L’abbigliamento tipico di quest’arte marziale è basato su un Kimono bianco (detto judogi o karategi) altrimenti conosciuto come “Gi”, chiuso da una cintura. L’aikidoka di grado più elevato può invece indossare una speciale gonna pantalone, l’hakama.

Una lezione di aikido include esercizi preparatori e di riscaldamento, allenamento alle cadute o anche l’utilizzo di armi come il bastone, la spada o il pugnale, cui si ricorre anche nell’esecuzione di forme specifiche. Si tratta, in ogni caso, di un’arte marziale non agonistica.

Tai chi chuan

Tra le arti marziali di provenienza orientale il tai chi chuan o taijiquan è forse la più elegante, lenta ed armoniosa, per via dei bellissimi movimenti eseguiti dai propri praticanti. “Tai” fa riferimento al supremo, all’elevato, mentre il “Chi” è l’energia che secondo la medicina e la fisiologia cinese pervade l’universo ed il corpo umano, concentrandosi e manifestandosi all’altezza dell’ombelico quattro dita circa al proprio interno, e scorrendo lungo tutto l’organismo per mezzo di canali, i “meridiani”.

Quest’antica disciplina, nata comunque come arte di combattimento, è finalizzata all’integrazione di corpo e spirito, inglobando alcuni principi spirituali del taoismo come la polarità tra Yin e Yang.

Oggi l’esecuzione del Tai Chi prevede l’allenamento su alcune forme classiche, eseguito con grande lentezza per apprendere i movimenti ed al contempo sviluppare uno stato di maggiore rilassamento. L’esecuzione prevede, per i livelli avanzati, anche l’utilizzo di armi come la spada, il bastone o la sciabola. La precisione nell’esecuzione dei movimenti è essenziale, poiché gli stessi sono sviluppati su conoscenze secolari di fisiologia e medicina tradizionale.

Tutto il tai chi si sviluppa attorno al principio del “Wu Wei”, tra i capisaldi del taoismo e del pensiero cinese, traducibile come “non azione” o “lasciar andare”. Nei movimenti del tai chi trova espressione l’eterna alternanza di yin e yang, passivo e attivo, negativo e positivo, che si riscontrerebbe in tutti i fenomeni nell’universo.

Cinque sono gli stili principali di tai chi oggi conosciuti: Chen, Wu/Hao,Yang, Wu e Sun. Spesso la pratica del tai chi è abbinata con l’esecuzione di esercizi di Qi-Gong, che utilizzano la respirazione. I grandi benefici che il tai chi apporta all’organismo lo hanno reso un’arte marziale molto popolare, soprattutto in Cina, dove è eseguita da migliaia di persone anche in gruppo nei parchi pubblici.

Altre arti marziali

Volendo proseguire nella compilazione di una guida realmente esaustiva, dovremmo tirare in ballo un gran numero di arti marziali, molte delle quali sono attualmente praticate anche nel nostro Paese. Non è raro, infatti, imbattersi in palestre che propongono stili “esotici” o arti marziali meno note, caratterizzandosi per scelte esclusive ed originali, o incontrare centri specializzati nell’insegnamento di numerose altre arti marziali.
Tra le arti marziali più diffuse nel nostro paese il Wing chun (che significa “eterna primavera”) è tra le più note e praticate per la grande efficacia degli attacchi che consente di portare. L’intera pratica è basata sull’idea di economizzare i movimenti, sviluppando rapidità, stabilità ed equilibrio grazie alla pratica di forme ad hoc e colpi come i pugni e i calci corti.

La leggenda racconta che la monaca buddista Ng Mui inventò il Wing Chun nel XVII secolo, mentre oggi sappiamo quasi con certezza che quest’arte fu creata cercando di unire il meglio delle conoscenze dei vari templi shaolin. Tuttavia realtà e leggenda si compenetrano ancora in modo indissolubile.

Sta conoscendo una certa diffusione in Italia anche il Muay thai, la box tailandese, il cui esercizio prevede l’utilizzo di 8 punti del corpo per sferrare potenti colpi. Quest’arte marziale è originaria dei primi secoli d.c. nelle sue forme più arcaiche, ed oggi prevede l’utilizzo dei guantoni ed il ricorso a tecniche meno letali di quelle del passato, per essere praticata anche in ambito sportivo. L’abbigliamento del praticante, molto essenziale, richiede l’utilizzo di corpetti di protezione, caschetto e guantoni.

Un accenno, infine, al Tae Kwon do, disciplina olimpica dal 1988 di origine coreana. I tre ideogrammi del nome sintetizzano l’essenza della disciplina: “Tae” significa colpire con il pugno, “Kwon” scagliare calci volanti, e “Do” è un riferimento alla “Via”. Quest’arte, come il nome stesso chiaramente vuole comunicare, è basata principalmente sull’esecuzione di colpi volanti.

Publicato: 2010-04-03Da: Redazione

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